Il campo della Pet Therapy, cioè quell’insieme di terapie che utilizzano il contatto con gli animali, è in continua espansione. Si fanno sempre nuove scoperte sui poteri curativi degli animali che, soprattutto se si tratta di cani e gatti, vengono ritenuti ormai vere e proprie medicine. Ad esempio sono estremamente validi nella cura delle cefalee nei bambini. E’ quanto riportato di recente dalla “Società Italiana per lo Studio delle Cefalee”. Una ricerca svolta su 40 pazienti nell’ospedale San Carlo di Nancy a Roma, ha dimostrato che giocare con un cane o un gatto porta enormi benefici nei bambini e negli adolescenti affetti da cefalea. I risultati ottenuti sono così buoni da far considerare la Pet Therapy una terapia sostitutiva a quella tradizionale che utilizza i farmaci.
I meravigliosi effetti degli animali sui pazienti degli ospedali erano ben noti anche a Florence Nightingale, la famosa infermiera che alla fine dell’Ottocento rivoluzionò il modo di assistere i malati. La Nightingale era una grande amante dei gatti e nella sua vita ne possedette oltre sessanta. Spesso portava con sé nei suoi viaggi i piccoli amici, specie un persiano di nome Bismark, e li conduceva a far visita ai pazienti negli ospedali, convinta fin da allora degli straordinari benefici che i gatti sapevano portare a chi soffre.
Il micio di casa sembra avere una chiara idea di cosa è divertente. Gioca, inventa battute di caccia, insegue le caviglie di chi vive con lui. E con questo suo fare da folletto spiritoso, dona il buonumore. “Ogni oggetto in movimento serve ad interessare e divertire il gatto. Egli è convinto che la Natura lo tenga occupato con le sue distrazioni” scrisse Paradise de Moncrif. E l’attore James Mason, famoso ad Hollywood per essere un “gattaro” sfegatato ha detto che “non c’è alcuna necessità di insegnare ai gatti come divertirsi poiché essi sono dotati di ineffabile ingegno in quest’arte!”
Ma era impossibile che il lato umoristico del micio non venisse colto e sfruttato dall’uomo. E per questa ragione il gatto è da sempre presente nelle vignette, nei fumetti e nei cartoni animati. Non solo ma alcuni personaggi felini dei film d’animazione sono diventati famosissimi e hanno affascinato e divertito intere generazioni. Un esempio fra tutto, il micione Garfield, creato nel 1978 dalla penna di Jim Davies, che è stato prima un fumetto, poi un cartone animato e recentemente è diventato, grazie alle magie degli effetti speciali digitali, un film con attori in carne ed ossa.
Furono gli antichi Egizi i primi a creare vere e proprie vignette satiriche con dei gatti. Se ne trovano tracce sui papiri e sulle pietre calcaree ritrovati nella Valle dei Re. In un papiro risalente al 1150 prima di Cristo, alcuni scribi tebani raffigurarono in modo divertito una processione di gatti intenti a servire una regina topo. Forse uno dei primi tentativi di satira politica. I mici infatti si sono sempre prestati ad interpretare le passioni, i pregi ma soprattutto i difetti degli esseri umani e perciò sono stati usati spesso per prendere in giro anche personaggi politici. Lo zar di Russia Pietro il Grande ad esempio veniva raffigurato come un grosso gatto dai baffi maestosi e quando morì, i disegnatori satirici lo disegnarono come un micio inerme trasportato verso il cimitero da un gruppo di topi.
Oltre al già citato Garfield, altri gatti dei fumetti e cartoni animati sono entrati a far parte della leggenda. Chi non ricorda, ad esempio, il gatto Felix? Negli anni Venti, Felix raggiunse in America la stessa popolarità che aveva Charlie Chaplin. Creato dai disegnatori Pat Sullivan e Otto Messner, Felix fu il prototipo sul quale vent’anni dopo William Hanna e Joseph Barbera inventarono il felino forse più celebre in assoluto: il gatto Tom. I cartoni animati che lo vedono alle prese con il topo Jerry ancora oggi vengono trasmessi dalla televisione e conservano intatta la loro irresistibile comicità. Al tempo della loro uscita, nel 1942, le avventure del gatto Tom furono giudicate un po’ troppo violente ma talmente divertenti da sopravvivere a qualunque critica. E non si può certo dimenticare Silvestro, il gatto bianco e nero creato nel 1945 da Friz Freleng, impegnato perennemente nel dare la caccia al canarino Titti. E infine Duchessa e Romeo, protagonisti de “Gli Aristogatti”, capolavoro della Disney del 1970.
Cosa può fare il micio con la sua intelligenza? Prima di tutto impara in maniera estremamente rapida, adattandosi così ai cambiamenti dell’ambiente. E poi dimostra di possedere una memoria infallibile. Di recente, Jules Masserman e David Rubinfine, ricercatori della Facoltà di Psichiatria dell’Università di Chicago, hanno addestrato un gruppo di gatti a contare. Utilizzando dei recipienti contenenti leccornie, che si possono aprire soltanto premendo un pedale un determinato numero di volte, i ricercatori hanno osservato che in pochissimo tempo i gatti imparano il corretto numero di operazioni per ottenere la ricompensa. Un risultato importante, che è servito anche per capire come sia possibile imparare a contare senza possedere un linguaggio vero e proprio. Studi del genere pongono le basi per un ipotetico insegnamento dell’aritmetica ai bambini in modo completamente diverso, ossia non verbale.
Ma siamo sicuri che i gatti non possano anche parlare? In verità lo fanno ogni giorno, perché il loro miagolio è un sistema di comunicazione rivolto esclusivamente al padrone. E’ come se il micio si fosse accorto delle nostre difficoltà e avesse deciso di “parlare” come facciamo noi, usando la voce. Tra di loro infatti i gatti vocalizzano raramente e solo i piccoli lo fanno quando chiamano mamma gatta. Il nostro micio, che ci considera un po’ come i suoi genitori, usa quindi una vasta gamma di suoni per richiamare l’attenzione, quando ha fame, quando vuole uscire di casa, quando vuole semplicemente salutarci o quando un oggetto di casa è fuori posto e ha sconvolto la sua routine. Negli anni ’30 la psicologa Mildred Moelk aveva individuato sedici diverse espressioni vocali che i gatti riservano ai padroni, e recentemente la ricercatrice Patricia McKinley ne ha scoperti addirittura 23.
Dal punto di vista mitologico religioso il rapporto uomo/gatto nasconde un sottile legame esoterico. E’ molto probabile che il gatto sia stato prima adorato e poi addomesticato. In Egitto, era venerata Bastet, divinità col corpo di donna e la testa di gatto, simbolo della vita, della fecondità e della maturità. Anche in Oriente si trovano simili divinizzazioni: in India da esempio c’è la dea Sasti, divinità felina anch’essa simbolo di fertilità e maternità.
Nell’antico Egitto il gatto era ritenuto un animale sacro e divino infatti, quando ne moriva uno, veniva imbalsamato e sepolto con ogni onore. Attraverso l’ Egitto il gatto giunse nei paesi arabi, dove l’animale venerato era il cavallo, ben presto però anche il nostro amico felino entrò nelle grazie degli arabi e la sua fama eguagliò quella equina.
Maometto stesso possedeva un gatto, una stupenda femmina di nome Muezza: si narra che un giorno essa sonnecchiasse accanto al profeta, ed egli, dovendosi alzare preferì tagliare il lembo della sua “gellaba” sulla quale era sdraiato l’animale piuttosto che svegliarlo.
Anche gli Etruschi e i Romani conoscevano il gatto del quale apprezzavano i servigi sia come animale da lavoro che da compagnia.
Il periodo medioevale è stato sia per l’uomo che per il povero micio un epoca buia. Nella mentalità popolare i gatti, soprattutto se neri, erano considerati animali demoniaci al servizio di streghe e fattucchieri. I gatti subirono perciò sevizie e torture di ogni sorta, condividendo spesso il supplizio con i loro “padroni”.
In Europa agli inizi del 1700, grazie alla diffusione oltre misura dei topi, i gatti vennero riaccolti con favore nelle case.
Nel 1800, poi, divennero popolari anche grazie alla ricerca scientifica applicata alla medicina che, studiando gli “animali portatori di malattie”, ritenne di poter escludere da questi il gatto e cosi, questo magnifico felino, venne accolto anche nei salotti più esclusivi.